dal 1982 al 1992

Dal Velemir Teatro all’Accademia della Follia

Il “Velemir Teatro” viene fondato nel 1983 da Claudio Misculin e Angela Pianca dentro l’ex O.P.P. di Trieste, nell’ambito dell’esperienza basagliana. Il nome è un omaggio alla memoria di Velemir Dugina, musicista e collaboratore della compagnia, morto nello stesso anno della fondazione.
Nel Velemir, Misculin opera una sintesi complessiva della sua esperienza.
Il gruppo accoglie all’interno del suo lavoro teatrale quelle persone che scelgono (anche se per poco tempo) di fare teatro, non rinunciando però a continuare la sua attività di ricerca, evitando in ogni modo di trasformarsi in un gruppo di teatro terapia.
Il primo vero spettacolo viene messo in scena dal gruppo di teatro nell’ottobre del 1984.
Il testo allestito è Antonio Freno, un fato de grande serietà,per la regia di Oddo Bracci. Si trattava di un testo dialettale tratto da un fatto di cronaca realmente accaduto e abbastanza famoso nel triestino. Oddo Bracci, regista romano, compie un minuzioso lavoro di ricerca e di riscrittura del testo, recuperando le musiche e le canzoni del tempo. Nello spettacolo recitano circa venticinque attori, tra “matti” e attori dello ‘stabile Rossetti’. Lo spettacolo viene presentato dalla stampa in modo equivoco: Il Mattino di Padova presenta una recensione dal titolo: I matti di Basaglia recitano l’Antonio Freno. Questi fatti producono una profonda rottura all’interno del gruppo, perchè da un lato quelli che non erano ‘matti’ non intendevano lasciarsi chiamare così, e dall’altro quelli che erano assistiti dai CSM non apprezzavano tale etichettamento.
Le discussioni all’interno del gruppo provocano una crisi, il cui esito importante, che influenzerà tutta la produzione a venire e che sintetizza la ricerca teatrale di Misculin, è la formazione del binomio teatro/follia: “Tutti quelli che fanno parte di questo gruppo hanno dei problemi, questa può essere la nostra debolezza, ma noi ne possiamo fare la nostra forza. Siamo tanto più forti, quanto migliore è la qualità con cui riusciamo ad andare in scena e quindi diciamo pure chi siamo! Siamo, sì, quelli che hanno dei problemi e cercano di risolverli e li risolviamo nel momento in cui troviamo la forza, la costanza, il coraggio di fare tutto il lavoro prima di andare in scena, e poi di andare in scena”. “Così, tra abbandoni e dinieghi, si decide all’unanimità di spacciarci sull’ipotetico mercato per quello che siamo, di fare della nostra debolezza la nostra forza”, la dicotomia sano/malato viene così “superata nella sintesi teatrale nè sani nè malati, siamo tutti attori”, e nella sfida lanciata al pubblico di distinguere sulla scena i ‘matti’ dai normali.
Con questo spirito il gruppo formatosi all’interno del Laboratorio affronta, dopo aver terminato la tournée dell’Antonio Freno, il lavoro di ricerca teatrale, ponendo al centro del suo interesse la ‘particolarità’ della sua condizione umana. Si profila così l’idea dell’Androide, un personaggio che, portatore di una differenza, riassume in sè la condizione della dicotomia sano/malato, costituendo una terza possibilità.
Occorre però al gruppo che anche la sua presentazione ‘ufficiale’, sia soggetta alla formula dell’ambiguità semantica follia/salute/teatro, e così nasce lo slogan:

MATTI DI MESTIERE ATTORI PER VOCAZIONE.

Sulla base di questa intuizione nascono due spattacoli intitolati entrambi Androide’s.
Il primo: Androide’s 85 si avvale delle liriche di Paolo Paolin, Piero del Giudice e Walter Mularoni sul tema della follia, per la regia di Claudio Misculin. Il testo nasce dalle riflessioni e dalla crescita di consapevolezza del gruppo, ognuno ‘porta’ il suo contributo, ciascuno ‘si racconta’, “e per raccontarlo, produciamo, anche se non si sa mai se, come e con chi si va in scena”.
Allo stesso tempo il Velemir Teatro, in collaborazione con il Ministero di Grazia e Giustizia e con la Direzione della Casa Circondariale di Trieste, tiene ‘Seminari Teatrali’ con venticinque detenuti (per due anni consecutivi 1984-1985) che si concludono con la presentazione, all’interno del carcere, di La traduzione interiore.
Dopo una piccola tournée in Italia, Androide’s 85 partecipa alla ‘Blaue Karawane’ che confluisce, dopo quaranta giorni di tournée , a Brema per il V Reséau Internazionale di Psichiatria. Partecipa anche al Convegno Internazionale di Amnesty International di Graz ed inaugura il centro ‘Basaglia Hause’ di Linz.
Proprio in occasione di questa tournée e grazie alla grande pubblicità creatasi attorno al gruppo, il Velemir incontra a Milano un gruppo di intellettuali quali Giancarlo Majorino, Giuliano Spazzali, Donata Roma, Giuseppe D’Arrigo, che diventano “i nostri punti di riferimento sulla teoria e sui testi”.
Il Velemir continua la sua conduzione di ‘Seminari teatrali’ in carcere, e continua la sua ricerca sul personaggio di Androide, in un nuovo testo scritto collettivamente.
Nel frattempo, tra l’aprile e il giugno 1985, era tornato a Trieste Giuliano Scabia. Invitato inizialmente a scrivere un pezzo sulla storia di Marco Cavallo, aveva proposto invece un suo nuovo testo, Cinghiali al limite del bosco.
Al momento della prima lettura collettiva erano presenti sessanta persone. Scabia ricorda: “Poche volte ho sentito così capite e amate parole da me scritte come in quell’ex camerone di matti, divenuto laboratorio d’espressione. (…) C’era una grande forza e la volontà di andare in scena. (…) Ho cercato di far capire che bisognava entrare nel testo nel modo più semplice, cercando la propria corda, la dolcezza e il piacere del gioco del recitare. E ho detto: facciamo il bosco”.
Per fare il bosco tutto il mondo laboratoriale sviluppa una situazione sinergica di coinvolgimento. La messa in scena del teatro di Scabia coinvolge il laboratorio di Teatro, di Musica e di Pittura. Occupa quasi cento persone e alla fine sulla scena ci sono ventuno attori e quindici musicisti. E’ la prova più alta della situazione, innescata due anni prima, di collaborazione tra i CSM e i laboratori.
Il teatro di Scabia non tradisce le sue radici ed è così che la messa in scena è sottoposta alla partecipazione allargata, al bisogno collettivo e soggettivo di esprimersi. Il suo lavoro di regista non prevarica la ricchezza delle esperienze prodotte in quei laboratori, con il risultato ancora una volta, che i ‘cinghiali’ diventano un altro emblema della collina del S. Giovanni.

“La lettura più profonda e memorabile del testo l’hanno proposta i quaranta, fra attori e musicisti del Velemir Teatro. E questo sia per il fascino visivo e gestuale della messa in scena sia per la bravura e professionalità sorprendenti e perfino incredibili degli attori”.

F. Jesi

Contemporaneamente al lavoro di Scabia, il Velemir chiede al gruppo di intellettuali milanesi di lavorare ad un testo scritto espressamente per loro, tenendo conto del personaggio di Androide’s.
E il testo arriva, è Fanno notte del giorno. In questa pièce l’Androide viene sottoposto a processo, mettendo in luce quei meccanismi di sopraffazione, di falsificazione, di sottomissione che costituiscono la sostanza stessa dei rapporti quotidiani.
Il Velemir decide di mettere in scena questa pièce anche con il gruppo di attori formatosi all’interno del carcere triestino.
Infatti la collaborazione continuava ed era anche produttiva, dato che nel 1987 viene rappresentato lo spettacolo Shakespiriana: una ballata prigioniera per la libertà, un mosaico di testi di Shakespeare, scelti da Marino Vulcano e recitati con venticinque detenuti, per la regia di C. Misculin.
Nasce definitivamente Androide’s 86, che parte in tournée in Spagna.
Grazie all’esperienza della tournée, il gruppo formula una sua metodologia laboratoriale.
Nel 1987 nasce la ‘Scuola di formazione teatrale Velemir Dugina’, “per la trasformazione dell’uomo e del mondo”, un progetto di tre anni di Corsi e Seminari teorico-pratici all’interno della struttura del S. Giovanni.
Il primo spettacolo prodotto dagli ‘allievi’ della Scuola è Basaglia Show, un testo costruito su “poesie e lettere del manicomio, tra il 1910 e l’oggi, accuratamente selezionate tra il migliaio raccolti dalla compagnia”, per la regia di C. Misculin.
Nel 1988 il Velemir Teatro inaugura il ‘Progetto Alpe Adria: Terre di Confine’, in collaborazione con il Teatro Stabile Sloveno e il Dramma Teatrale di Fiume, divenendo così un punto di riferimento e di incontro tra artisti e tecnici di teatro e di cinema di diverse etnie, lingue e culture.
Dopo l’organizazione del Seminario ‘Teatro e Diversità’, il Velemir organizza il ‘Progetto 1989’, una rassegna di spettacoli e seminari di artisti teatrali italiani, e i ‘Seminari di regia’, con registi del calibro di Mario Ursic, Giuliano Scabia, Franco Giraldi, Oddo Bracci; ‘Seminari sulla storia del teatro e lavoro d’attore’ contattando Carmelo Alberti, Andrea Mancini, etc; un lavoro continuo di ricerca di legami artistici da far crescere.
In quest’ambito di collaborazioni, si produce un nuovo spettacolo con una compagnia mista, che comprende attori, tecnici e regista del Teatro Stabile Sloveno e del Velemir Teatro: Robe de omini.
Il teatro di Misculin e Pianca cercava di porsi al centro della riflessione sul teatro, anche se il suo legame con la situazione terapeutica pareva limitare un simile approccio. In realtà la collaborazione con l’assistenza psichiatrica non solo non inibiva il bisogno originario del Velemir Teatro, ma rappresentava la sfida ulteriore che esso si assumeva nel confronto con il mondo teatrale.
“La scommessa per noi attori diventa quella di calpestare, di mettere in discussione gli spazi del teatro a misura d’uomo ‘insolito’, per prodursi in una pratica quotidiana di trasformazione della realtà e che ponga le basi di un modo nuovo e diverso di produrre salute, arte, cultura e vita”.
La serietà del lavoro del Velemir è testimoniata anche da una nota di Franca Rame: “ Il laboratorio di artigianato teatrale rappresenta in questo momento una delle proposte culturali più valide che può offrire il panorama teatrale italiano”. Una ‘qualità artistica’ confermata anche dai consensi della stampa e del publico.
Il lavoro del Velemir, dunque, meritava indubbiamente le attenzioni di chi era interessato al teatro di ricerca per la fecondità potenziale della situazione e per certi risultati notevoli che esso aveva conseguito.
“ Così equipaggiati approdiamo alla scena alternativa ‘ufficiale’: ‘Festival di Santarcangelo dei Teatri’, nel luglio del 1990 con lo spettacolo Mattjakovskij”.
Intanto nel 1990 Misculin partecipa allo spettacolo Vjezbanie Zivota, di F. Gasparovich, per la regia di Georgeij Paro. Qui, a Fiume, stringe amicizia con Ljubisa Georgievski, regista macedone con il quale decida di mettere in scena Antigone di Creonte.
Dopo la sua trasferta in terre balcaniche, Claudio coinvolge Georgievski nel nuovo progetto teatrale del Velemir: mettere in scena un testo, tratto dal Viaggio al termine della notte di Céline, scritto da Donata Roma e Giuseppe D’Arrigo per il Velemir.
Bardamù: importanza zero è il titolo dello spettacolo, per la regia di Georgievski, che debutta a Trieste nel 1991 e con il quale, nello stesso anno si replica la partecipazione al ‘Festival di Santarcangelo dei Teatri’. Ancora una volta con un grande successo di critica e di pubblico.

“Il più cattivo e ringhioso legato ad una camicia di forza al suo lettino ospedaliero visto dall’alto come una pala d’altare, era Claudio Misculin che nella prima tornata di spettacoli del Festival di Santarcangelo ha entusiasmato il pubblico romagnolo con una performance mattatoriale di puro grandguignol vomitando, anche in senso fisiologico, reale, il rigetto anarchico di Céline verso la guerra e la società generale”

( N. Garrone, “La Reppubblica, 11 luglio 1991)

A Santarcangelo di Romagna Misculin conosce Cinzia Quintiliani, con la quale fonderà nel 1992, assieme ad Angela Pianca l’Accademia della Follia a seguito di un convegno sul tema della “diversità/normalità/teatro” tenuto a Rimini a conclusione di un laboratorio teatrale condotto dal Velemir Teatro e organizzato dal Teatro Comunale Novelli.
Dal 1992 l’attività del Velemir Teatro confluirà nell’Accademia della Follia.