Metodo di Lavoro

L’ACCADEMIA DELLA FOLLIA COME SCUOLA DI TEATRO

Claudio Misculin scrive così a questo proposito in una sua relazione:

“Parlando di “metodo di lavoro”, mi sento in dovere di affermare che non esiste metodo in arte, esiste l’esperienza. Io ho fatto un’esperienza alla quale ci si può riferire.

“L’arte è un’apertura permanente che non si può vivere senza l’accettazione e la ricerca lucida e deliberata del rischio” 

Kantor

Ebbene il fattore rischio che ho scelto per giocare all’interno dell’arte è la “follia”.

E’ una ricerca che tiene aperti, spesso faticosamente, spazi che si vanno rapidamente omologando, sfere che tendono ad automatizzarsi, nella schizofrenia del singolo e in quella più generale.

Quindi il teatro diventa anche mezzo, strumento di concreta quotidiana mediazione d’oggetto con altri soggetti, sani o malati che siano. Luogo di produzione di cultura, attività di formazione alla relazione con uomini, donne e cose.

La peculiarità del nostro eserciziario standard consiste nel sudare: chiamatela ginnastica creativa,  introspezione fisica o come volete, ma sempre di sudare si tratta. Poiché per noi:

l’attore è un involucro muscolo/tendineo atto alla rappresentazione emotiva.

L’allenamento cambia da persona a persona; le persone sono maledettamente diverse tra loro, tanto più se ti aggiri tra diversi, disgraziati, spappolati e disintegrati. Comunque sempre il corpo è il centro del problema, però senza tradire l’aspetto delle debolezze. Poiché:

il corpo è il tabernacolo di tutte le contraddizioni e di tutte le rappresentazioni delle contraddizioni, ed è così: è seguendo il procedimento pratico (e teorico in senso inverso), che abbiamo potuto riconoscere che la malattia mentale è una questione fisica, come il mal di fegato o di piedi.

Anche nel caso di materiale fortemente deteriorato, come uno spastico, noi sempre sul corpo puntiamo. Naturalmente tenendo presente il punto di partenza del suo stato e la difficoltà di crescita, però sempre il corpo è il clou del nostro interesse: a ognuno si chiede il massimo sforzo e poi ognuno fa quel che può. Cioè uno vale per ciò che produce, in rapporto a ciò che è o può.

Qualunque tecnica atta o conducibile alla rappresentazione va bene: mimo, psicodramma, prosa, kammerspiele, lirica e rock, clounerie e tutto il resto…va bene tutto e tutto il resto.

In particolare, io baso il mio allenamento standard prima sull’introspezione fisica e, quindi, sul montaggio al corpo-voce. Cioè sull’esecuzione degli esercizi senza soluzione di continuità, uno dopo l’altro senza interruzione. Si può così riassumere la sequenza: esercizi – montaggio – scena.

E fin qui arriva lo studio e la pratica di tutti o tanti gruppi di ricerca.

Da qui in poi entriamo nel campo delle nostre “invenzioncine tecniche”.


Dall’archivio storico dell’Accademia della Follia, curato da Cinzia Quintilian