Matinguerra

regia di: Claudio Misculin


24 maggio 1915: L’Italia dichiara guerra all’Austria-Ungheria

 

Scrive il noto intellettuale Papini: “la guerra è un’operazione riparatrice, lascia meno bocche attorno alla stessa tavola, e leva di torno un’infinità di uomini che vivevano perché eran nati”

 

Questa è la storia di Matilde G., e della sua famiglia.

I genitori, i fratelli, gli amici, …tutti con le proprie opinioni, dubbi, senso del dovere, amore, impossibilità di dividere gli uomini tra buoni e cattivi a priori.

E’ una storia di scelte: di chi non ha dubbi, di chi non accetta, di chi è costretto ad ubbidire e di chi, come Matilde non vuole cedere, a nessun costo, neanche a quello della vita: la sua.

Cerca la morte, ma non la trova e quindi finisce in un inferno, il manicomi, per 50 anni.

Da lì scrive il suo orrore per un’umanità capace di infliggere così tanto dolore.

Ai suoi due fratelli che cercano di darla, la morte, gli va peggio: la trovano. Uno muore soldato per gli asburgo, l’altro per gli italiani. E tutti con la benedizione dello stesso Dio.

 

La storia viene scandita dai brani del poeta Fabrizio De André.

 

“Nel momento in cui si costruiscono mura per garantire guerra e terrore, questo spettacolo è pensato e realizzato per denunciare l’inutilità e la bestialità di qualunque guerra!

Inutilità?:

Per l’Impero (Asburgico) la guerra era vitale, come per qualunque macchina o organismo, vitale è l’azione, pena l’inedia e la dissoluzione.

In uno slogan:

“Se non c’è guerra non c’è Impero”

In questa logica un’intera famiglia (pure benestante e colta) viene smembrata e distrutta dalla guerra: non da questo o da quello esercito, ma dai vari protagonisti belligeranti che pretendono tutti di avere ragione, e tutti, nel nome di Dio” (Claudio Misculin)

 


LA STORIA: MATILDE G.

 

La drammaturgia prende spunto da un fatto reale accaduto all’inizio del secolo.

“Matilde, la protagonista, nasce nel 1896 e muore nel 1968, 72 anni di vita, 53 dei quali passati in manicomio.

Fu ricoverata nel 1915, a 19 anni, e solo la morte la liberò dalla reclusione.

Dall’ospedale scrive molte lettere: ai genitori, ai fratelli, ad un amico.

Lettere giudicate non spedibili e quindi censurate ed annesse alla cartella clinica, a dimostrazione della sua follia; oggi queste lettere costituiscono un patrimonio inesauribile di studio e di ricerca del personaggio e dell’epoca.

Di estrazione ricco borghese ma di carattere ribelle, Matilde non vuole rassegnarsi al suo destino di donna che le imporrebbe di sposarsi e rinunciare agli studi  di violino ai quali era molto appassionata.

Questo rifiuto di “seppellirsi” in una condizione di moglie casa-famiglia è uno dei motivi della sua follia.

 

Altro grosso motivo di follia è il rifiuto della guerra che in quegli anni stanno maturando e che lei vive in maniera molto drammatica. Accusa quindi la propria cultura cristiana-borghese di aver tradito con la guerra gli ideali professati e non risolve la contraddizione che il mondo cristiano giustifica, e patrocini questo fatto di sangue, per lei inconcepibile.

Di contro il movimento anarchico, da cui era attratta, era assolutamente contro la guerra.

Queste contraddizioni la portano, il giorno dello scoppio della guerra, a tentar il suicidio, gettandosi nelle acque dell’Isonzo.

Viene salvata e pochi giorni dopo viene ricoverata. Inizia così la sua carriera manicomiale che si concluderà solo con la morte.”